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Tumore al seno e breast unit
Tumore al seno e breast unit

Tumore al seno: solo una donna su tre accede ai servizi delle breast unit

di Silvia Mari

 I colloqui con la psiconcologa, la nutrizionista che suggerisce come mangiare durante le terapie e dopo, e nei centri più grandi e attrezzati persino lo yoga e perché no l’agopuntura. E’ quel volto meno ospedaliero, fatto di umanizzazione delle cure in cui la donna con tumore del seno può trovare un supporto completo nell’affrontare la malattia, le cure e il ritorno alla normalità lungo tutto il follow up. Eppure, lo dice un’indagine di IQVIA, riferimento nelle analisi dei dati sulle life sciences, condotta su 180 oncologi: solo una paziente su tre accede a questi servizi. E perchè? Il problema sulla carta sembra non esserci, ma al solito non tutti i centri multidisciplinari di senologia hanno tutto ciò che dovrebbe esserci e i servizi non sono garantiti in modo uniforme sul territorio nazionale. “Il servizio resta parziale anche dove risulta disponibile”, emerge nero su bianco dall’indagine e suona come uno schiaffo alla mappa dei fiocchi rosa del mese di ottobre.  Abbiamo approfondito i dati per capire a che punto siamo.

Facciamo un passo indietro. Le Breast Unit sono centri di senologia multidisciplinare che forniscono un percorso completo per la diagnosi, il trattamento e la riabilitazione del tumore al seno. Introdotte nel 2014 ed entrate nei LEA nel 2018, ogni 250.000 abitanti, secondo le raccomandazioni europee, dovrebbe esserci un centro di questo tipo. Nelle Breast Unit devono essere garantiti alcuni standard, tra cui un minimo di 150 interventi chirurgici all’anno, la presenza di un counseling genetico per studiare, laddove necessaria, la famiglia della paziente, e avere almeno 6 specialisti di riferimento. Sul territorio nazionale ci sono 194 Breast Unit con percorso diagnostico-terapeutico assistenziale definito dalle Linee di Indirizzo del ministero della Salute. Tuttavia, come emerge da resoconti istituzionali, alcuni PDTA sono solo formalmente esistenti, o come si usa dire, da implementare.

I servizi ci sono, ma non sempre le pazienti ne usufruiscono

L’offerta dei servizi quindi varia da centro a centro, da regione a regione. Fatto sta che secondo la survey IQVIA Italia c’è uno scollamento tra ciò che i centri offrono e ciò che le pazienti realmente ricevono. Ad esempio, riporta la ricerca, “il supporto psicologico è disponibile nell’84% dei centri, ma solo il 50% delle pazienti lo utilizza. Allo stesso modo, la consulenza nutrizionale è presente nell’87%, ma solo il 60% vi accede. La fisioterapia post-operatoria, disponibile nel 75% dei casi, è utilizzata da poco più della metà delle pazienti”.

Tempi, liste, personale che scarseggia e fondi sarebbero alle origini di queste storture. A volte anche barocco della burocrazia che diventa un carico di troppo sulle spalle della donna. Chi è preso in carico dalle Breast Unit mostra numerosi vantaggi: la qualità di vita delle pazienti è del 10% superiore a chi non vi accede. Alcuni esempi: nelle Breast Unit il supporto psicologico è offerto dall’84% dei centri (contro il 65% nei centri non specializzati), la consulenza nutrizionale nell’87% (contro il 66%) e la fisioterapia post-chirurgica nel 75% (contro il 53%). Nei centri non specializzati, invece, il supporto è spesso “on demand” e lasciato all’iniziativa della paziente”, riporta sempre la survey.

“

Il supporto psicologico è disponibile nell’84% dei centri, ma solo il 50% delle pazienti lo utilizza

”

Questo è quanto emerge dalla survey IQVIA Italia

A pesare però sembrerebbe esser proprio il fatto che alcuni PDTA sono da implementare, che non tutti i servizi sulla carta sono effettivamente garantiti sul campo lasciando scoperte opzioni e possibilità. La voce di numerosi pazienti, anche in carico presso nosocomi di altissimo livello, lamenta la totale assenza di un piano strutturato di presa in carico che mina di fatto quella qualità di vita che il centro disciplinare dovrebbe salvaguardare. Tante le associazioni che fanno advocacy e insistono su questa nota dolente. I servizi ci sono, o quasi, ma per organizzarli bisogna farsi manager del proprio piano di cura scontrandosi poi con tempi dilatati, agende da incrociare, orari e spostamenti di fatto impossibili da armonizzare con la propria vita. Perché mentre ci si cura, lo si dimentica spesso, si vive o si dovrebbe vivere.

Breast unit e cancro al seno
Breast unit e tumore al seno: non tutti i servizi sulla carta sono effettivamente garantiti

I numeri aggiornati

In Italia (dati ministero della Salute) si registrano 54.000 nuove diagnosi di tumore del seno (anno 2024) e 925.000 pazienti totali, il tumore al seno è il più diffuso tra le donne, con un aumento delle donne under 50. La sopravvivenza a 5 anni ha raggiunto il 95%, anche grazie ai progressi nelle terapie e nella diagnosi precoce.

Tuttavia, in circa il 6-7% dei casi la malattia è già in fase metastatica al momento della diagnosi. In Italia sono 37.000 le donne che convivono con un tumore al seno metastatico.

“Insieme alle Regioni, il ministero della Salute sta lavorando per rendere la rete dei centri di senologia sempre più capillare, per ridurre le disparità territoriali e assicurare a tutte le pazienti pari opportunità di accesso e di trattamento” sono state le parole del ministro della Salute Orazio Schillaci in occasione del Bra Day Sicpre 2025 a Roma. È questo il nodo su cui mettersi a lavoro affinché le donne trovino nel centro di riferimento tutto quel mondo di cura che il fiocco rosa simboleggia e che campeggia sui siti e non ritrovarsi nell’abbandono, magari anche nel centro specializzato all’avanguardia, finendo per preferire un ospedale qualsiasi che magari ha il solo vantaggio di essere più vicino: non può essere una lotteria il diritto alla cura.

Riproduzione riservata; citazione parti solo con fonte “manisulcuore.it“

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