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Tumore del seno e gravidanza

Tumore del seno e gravidanza: perché le donne non devono aver paura

di Silvia Mari

È un tema di grande attualità quello del rapporto tra gravidanza e cancro al seno. La senologa Maria Cristina Cucchi, direttrice dell’Unità operativa di Chirurgia Senologica Breast Unit Ausl di Bologna lancia il messaggio di non demonizzazione della gravidanza come fattore di rischio nei casi di mutazioni genetiche che predispongono al cancro. È sicuramente importante però – questo ciò che manca – una “cultura sulla salute del proprio seno” anche prima di provare a diventare mamme. Dati alla mano la specialista spiega perché e ci dà indicazioni su cosa fare se la diagnosi arriva durante la gravidanza o l’allattamento.

Un fiume di emozione quando nei cinema italiani arrivò il film 18 Regali uscito nel 2020 e ispirato a una giovane mamma che durante la gravidanza aveva scoperto un tumore al seno aggressivo e che, nonostante chirurgia e cure, morì quando la piccola aveva un anno. Vittoria Puccini interpretava Elisa Girotto, la cui storia era diventata famosa da tempo sui social delle donne malate di cancro e con mutazione BRCA, come era lei che proprio nel giorno del parto aveva saputo della sua malattia.
Da quella piazza virtuale le arrivava il sostegno di altre donne che avevano scoperto la malattia durante la gravidanza o nei mesi di allattamento. Elisa lasciò 18 regali per accompagnare sua figlia fino alla maggiore età in una sorta di struggente connessione celeste.

È un tema di grande attualità quello del rapporto tra gravidanza e cancro al seno, forse anche esagerato di troppe paure ma il nesso, se esiste, è legato soprattutto all’età anagrafica in cui le italiane pianificano una gravidanza e che per svariate ragioni si è alzata.
“Non ci sono evidenze che dicano che la gravidanza favorisca l’insorgenza di tumore mammario, ma negli ultimi anni – come emerge da una stima ISTAT – l’ incidenza è aumentata per l’innalzamento di età della prima gravidanza che avviene ad un’ eta’ media di 31 anni. Dal 2020 al 2021 c’è stato un aumento del 7,1 % nell’età oltre i 45 anni. Questo è un elemento importante”.

A fare chiarezza su un tema spesso narrato con troppo clamore e ansia è la senologa Maria Cristina Cucchi, direttrice dell’Unità operativa di Chirurgia Senologica Breast Unit Ausl di Bologna che vuole lanciare un messaggio di non demonizzazione della gravidanza come fattore di rischio né dopo un tumore, in alcune condizioni, tanto più in generale nella vita di una donna. È sicuramente importante però, questo ciò che manca, una “cultura sulla salute del proprio seno” anche prima di provare a diventare mamme, e di rivolgersi ai centri giusti dove vi siano “percorsi assistenziali condivisi tra Breast Unit e Centro Ginecologico- Ostetrico”.

Non demonizzare la gravidanza

Tra i fattori di rischio di un tumore al seno, come il caso della giovane Elisa Girotto, “c’è la mutazione genetica BRCA (e anche altre ormai studiate) ma non la gravidanza in sé. Possono essere tumori più aggressivi perché parliamo di giovani donne o perché diagnosticati in stadi più avanzati. Alcuni esami di screening nei mesi di gestazione infatti possono non essere affidabili per le modifiche del seno. Anamnesi e clinica hanno un ruolo fondamentale, come i centri ostetrici dedicati all’ allattamento che possono far emergere se ci sono modifiche ed eventualmente indirizzare la neomamma al Centro di Senologia.  Modifiche come un nodulo che non c’era o una secrezione” ad esempio. Ma importante, chiarisce la specialista, è “non allarmare, non creare stati d’ansia, avere un colloquio adeguato” alla fase delicata che vive una donna quando aspetta un bimbo o è da poco diventata mamma.

Cosa fare se la diagnosi arriva durante la gravidanza o l'allattamento?

In Italia si registrano “3mila donne con cancro del seno sotto i 40 anni- dice ancora la senologa- e si tratta di un dato in aumento. In gravidanza abbiamo 200 donne sui 55mila nuovi casi ed è sicuramente un dato sottostimato perché andrebbero considerati quei tumori diagnosticati in allattamento o al termine che magari sono insorti durante la gestazione”.

Qualora arrivi la diagnosi durante la ‘dolce attesa’ si deve ragionare secondo il trimestre in cui si è, spiega la dottoressa Cucchi per affrontare le cure. “Si deve esser seguite in centri ostetrici di secondo livello, centri di maternità con alti numeri” la prima cosa da considerare. Per la diagnosi “si fa visita, ecografia e agobiopsia. La mammografia potrebbe essere eseguita con la schermatura dell’ addome, mentre la risonanza non viene utilizzata perché non è ben valutato se il mezzo di contrasto abbia effetti sulla placenta e senza contrasto dà poche informazioni. Per la ‘stadiazione’ del tumore- chiarisce ancora la senologa- si può fare una radiografia del torace schermando sempre addome, o l’eco addome o la risonanza senza contrasto. Sono controindicate Tac, Pet e scintigrafia soprattutto nel primo trimestre”.

“La chirurgia è quasi sempre il primo atto terapeutico e può essere eseguita in qualsiasi momento della gravidanza. Per la chemioterapia si può procedere dopo la 13ma settimana e deve essere interrotta 3 settimane prima del parto. Non sono indicate né radio, né ormono e immunoterapia. Per la chirurgia si procede preferenzialmente con asportazione completa del seno, spesso proprio perché non si può fare la radio durante la gravidanza. La chirurgia conservativa si può prendere in considerazione solo verso la fine del II trimestre, rimandando la radioterapia dopo il parto. Si può fare la biopsia del linfonodo sentinella e la linfoscintigrafia”, spiega ancora.
Sul parto allo stesso modo che durante la cure è decisiva la “valutazione multidisciplinare per programmare l’ induzione del parto. Obiettivo è prolungare la gestazione almeno fino alla 35ma settimana”.

La dottoressa Cucchi ammette senza riserve che oggi non c’è motivo di abortire per curarsi dal cancro, “non emerge indicazione dell’aborto come atto terapeutico che migliori la prognosi, questo accade solo se ci sono rischi per il feto o ritardo delle cure o magari altre comorbilità. Noi – racconta- non abbiamo mai avuto esperienza di dover suggerire l’interruzione di gravidanza. Solo una donna ha voluto: era all’inizio e per ragioni personali”.

Non emerge indicazione dell’ aborto come atto terapeutico che migliori la prognosi, questo accade solo se ci sono rischi per il feto o ritardo delle cure o magari altre comorbilità.

Maria Cristina Cucchi, direttrice dell’Unità operativa di Chirurgia Senologica Breast Unit Ausl di Bologna

tumore al seno e gravidanza diagnosi

La prognosi se il tumore arriva in gravidanza

Essere incinte non porta prognosi peggiori. “Lo stadio di malattia e le caratteristiche biologiche del tumore incidono sulla prognosi, ma non la gravidanza in sé- assicura la senologa- si rischia di arrivare in ritardo perché magari il nodulo della mammella può essere mascherato da un seno che si prepara ad allattare, ma i dati di sopravvivenza sono sovrapponibili a quelli delle donne non in gravidanza”.C’è tutta una cultura che sta cambiando sulla maternità e il rischio di tumore al seno e questo vale anche per quelle donne che si sono ammalate e oggi possono non rinunciare più al progetto di diventare mamme, come è emerso dallo studio su 114mila donne del The San Antonio Breast Cancer Symposium del 2020: “La gravidanza non aumenta il rischio di recidiva né malformazioni fetali, si registra nella gravidanza dopo un cancro del seno un 50% di casi di nascita sottopeso”, ma questo accade anche per molte donne che sono sopra una certa soglia di età.

Seno dopo allattamento

Come cambia il seno dopo gravidanza e allattamento?

La cultura del seno: conoscerlo senza paura

Per Maria Cristina Cucchi si deve lavorare di più sulla cultura del seno e non associarlo solo agli esami di screening per la paura del cancro. È questo salto culturale a garantire una vera prevenzione primaria: conoscere il proprio seno e saperne individuare i cambiamenti, fare controlli per tempo e non solo sull’onda emotiva dell’emergenza o della paura.

“L’ AUSL di Bologna all’Ospedale Bellaria è il sesto centro in Italia per numero di interventi di senologia e siamo legati all’Ospedale Maggiore per la ginecologia”. La condivisione della presa in carico della donna è un tema ricorrente e cruciale per la dottoressa Cucchi che ricorda anche come oggi, di più rispetto ad anni fa, c’è maggiore tutela dell’allattamento che è anche un fattore di protezione dal cancro per la donne. “Spesso nascono ingorghi, ascessi e invece oggi con il lavoro congiunto di senologi e ostetriche si riesce a preservare e a non interrompere allattamento. Sappiamo anche mettere a riposo magari un seno o un quadrante dove c’è l’ascesso e si fa lavorare l’altro. Poi per le donne mutate o con familiarità si fa una sorveglianza mammaria e ovarica e organizziamo in modo integrato i controlli tutto con sistema sanitario nazionale. Lo stesso per interventi di riduzione del rischio”.

Cultura del seno vuol dire sapere, ad esempio, se si hanno fibroadenomi, se sono cresciuti o meno, “è importante avere un quadro pre gravidanza” raccomanda Cucchi. “L’obiettivo è che una donna che sceglie di rimanere incinta sappia come è il suo seno già prima. Conoscerlo senza paura”. Tante le donne che ad esempio hanno dolore al seno, non è detto debbano tenerselo senza far nulla. “Il seno ha una relazione con il sistema endocrino- precisa l’esperta- specie ginecologico e va quindi studiato non solo nella sua morfologia ma anche in un ambito funzionale fisiopatologico. Pensiamo a quella fascia intermedia di donne che fanno stimolazione per la fecondazione assistita, anche se non a rischio non sono uguali al resto della popolazione, come una donna che in menopausa – ad esempio- abbia fatto terapia ormonale sostituiva per oltre 10 anni”.

Cultura, informazione e considerazione della “qualità della vita” è la raccomandazione della senologa Cucchi che si rivolge anche ad alcuni professionisti per i quali è ancora tabù la terapia ormonale sostitutiva: “La donna magari senza non può avere più rapporti sessuali, avere problemi relazionali” che vanno considerati. Insomma una de–escalation sull’allarmismo e una maggiore consapevolezza è “la chiave” per proteggersi e non rinunciare a quel sogno, magari atteso per anni, di diventare mamme e viverlo senza timori.

Silvia Mari è giornalista dell’agenzia Dire

Riproduzione riservata; citazione parti solo con fonte “manisulcuore.it

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