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Transgender e chirurgia

Transgender: cosa rappresenta il seno per chi vive l'incongruenza di genere?

di Maria Teresa Bradascio

Il seno è una parte del corpo fortemente simbolica, è per eccellenza il simbolo dell’identità femminile e per questo il suo aspetto riveste un ruolo fondamentale per quella che è la nostra immagine corporea. Un’immagine che si intreccia non solo con la percezione che noi abbiamo di noi stessi, ma anche con quella che gli altri hanno di noi. Ed è proprio in questo riflesso e in questa inevitabile relazione tra noi e gli altri che prende forma la nostra identità.

In alcuni casi, può accadere che la nostra immagine corporea, la nostra “esteriorità”, il nostro corpo, non rispecchi il nostro sentire, cioè ciò che noi percepiamo di essere. Una condizione che in termini tecnici è definita “incongruenza di genere” per indicare, appunto, l’incongruenza tra l’identità di genere (il sentire di appartenere al genere maschile, femminile o uno alternativo) e il sesso assegnato alla nascita. Le persone che vivono questa condizione sono chiamate persone transgender. Ma, al di là delle varie definizioni, cosa significa essere trans? E cosa significa sottoporsi a trattamenti ormonali e interventi chirurgici (se si decide di farlo) per modificare il proprio corpo rendendolo più simile al proprio sentire? Cosa rappresenta il seno per un uomo trans o per una donna trans?

Per rispondere a queste domande, abbiamo intervistato Giulia Lo Russo, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica, che si occupa da molti anni di chirurgia di riassegnazione di genere nella sua attività chirurgica (attualmente esercita la sua attività presso il Day Surgery Center Maurizio Bufalini a Firenze) e Francesco Brodolini, uomo trans che si è sottoposto all’intervento di mastectomia bilaterale e creazione del torace maschile, operato proprio dalla Dottoressa Lo Russo nel 2018.

L'intervista alla Dott.ssa Giulia Lo Russo

Quali sono gli interventi di chirurgia mammaria per le persone transgender, dottoressa Lo Russo?

“Per le persone transmen, il seno, proprio per il suo intrinseco valore simbolico, diventa quella parte del corpo ‘visibile’ verso la quale si sviluppa un sentimento di rifiuto, di vergogna, di imbarazzo e di disagio. In questo caso l’intervento previsto è l’intervento di mastectomia bilaterale con creazione del torace maschile. Per le donne trans, invece, è il contrario: si desidera avere un bel seno e in molti casi le donne non sono soddisfatte del volume raggiunto con la sola terapia ormonale. Per questo richiedono un intervento di mastoplastica additiva per femminilizzazione del torace”.

Dottoressa, qual è il suo punto di vista rispetto a questi interventi in cui alla chirurgia estetica si intrecciano temi legati all’identità di genere?

“Ogni intervento di chirurgia estetica è intrecciato alla percezione dell’identità del proprio corpo. Per questo vorrei sottolineare che nessun tipo di intervento va considerato come superfluo. Che si tratti di una mastoplastica additiva per una donna che ha un seno piccolissimo e vuole femminilizzarsi, o di una riduttiva per chi, invece, ha un seno troppo grande o, ancora, di una mastectomia per mascolinizzare un torace o un’additiva per femminizzarlo. In tutti i casi è una necessità che nasce da un forte desiderio della singola persona che va accolto e rispettato. Sicuramente nel caso della chirurgia di riassegnazione di genere, a livello sociale non è ancora diffusa la percezione della necessità, ma in realtà la persona vive un disagio molto profondo verso il proprio corpo. E, in particolare, per l’uomo trans il percorso per sottoporsi all’intervento non è così semplice”.

Transgender Chirurgia

Ci sono delle “regole” da seguire per operarsi?

“Per l’intervento di mastectomia bilaterale con creazione del torace maschile è necessaria l’autorizzazione del giudice. In Italia, infatti, senza questo documento è impossibile eseguire l’intervento. E questo crea non pochi problemi. La sofferenza della persona è in un certo senso in balia delle tempistiche di una sentenza e della decisione di un giudice. Per le donne trans, invece, per l’intervento di mastoplastica additiva, cioè per l’aumento del seno, non è richiesta alcuna autorizzazione. Ma va detto che non tutte le persone trans scelgono di operarsi e, per fortuna, grazie a una legge recente è possibile richiedere il cambio dei dati anagrafici senza sottoporsi necessariamente all’intervento. Ma anche per questo serve sempre la sentenza del giudice. Per informazioni più dettagliate si può consultare il sito Info TRANS sviluppato in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e il Ministero delle Pari Opportunità-UNAR”.

Dottoressa, come vive il suo ruolo di specialista quando si confronta con le persone che decidono di sottoporsi all’intervento?

“Io vivo questo senso di libertà insieme a tutti i miei pazienti. E mi emoziono con loro quando dopo l’intervento vedo la felicità nei loro occhi. Alcuni parlano non tanto di ‘rinascita’, ma proprio di ‘nascita’ per descrivere il momento successivo all’intervento. Ognuno ha la propria storia, il proprio vissuto e le proprie paure che imparo a conoscere durante i colloqui. Il mio obiettivo è garantire a ciascuno il proprio diritto di essere sé stesso e sicuramente posso farlo grazie alla mia professione. Ma ci tengo a sostenere i miei pazienti non solo dal punto di vista medico. Con ognuno di loro instauro un rapporto e rimango in contatto anche dopo l’intervento e le varie visite di controllo. Perché il rapporto umano è imprescindibile”.

Quali sono le preoccupazioni più frequenti dei pazienti?

“In realtà, negli anni le paure sono molto diminuite perché c’è più informazione, anche grazie all’utilizzo dei social che diventano strumenti utili per condividere testimonianze ed esperienze personali. Per esempio, per quanto riguarda la cicatrice che è ovviamente la conseguenza dell’intervento chirurgico, molti mi dicono ‘non mi interessa molto della cicatrice, l’importante è che il risultato sia bello’.”

Transgender e chirurgia

Negli ultimi anni c’è stato un aumento della richiesta di interventi?

“Sì, ma soprattutto c’è stata una riduzione dell’età. L’età media è 24-25 anni. Prima era molto più alta, ho operato anche persone di 65 anni. Inoltre, ora vedo molti ragazzi accompagnati dai genitori che comprendono la loro condizione e che soffrono e gioiscono con loro”.

Dal punto di vista tecnico, come si esegue l’intervento? Quanto dura?

“L’intervento di mastectomia bilaterale è il più desiderato dagli uomini trans e molto spesso rappresenta l’unico richiesto. Una volta che il paziente ha ottenuto una certificazione da parte dello psicologo e dell’endocrinologo può effettuare la prima visita, anche senza autorizzazione legale che però è necessaria per poi poter eseguire l’intervento. Durante la visita si sceglie la tecnica più adatta alla singola persona in base alle sue caratteristiche. L’intervento in media dura circa 90 minuti. Poi è prevista una prima visita dopo una settimana e a distanza di un mese, tre mesi e sei mesi. L’ultimo controllo è dopo un anno”.

La testimonianza di Francesco Brodolini

Francesco, come sei arrivato alla scelta di sottoporti all’intervento di mastectomia bilaterale?

“Non mi sono mai riconosciuto nel sesso biologico femminile e nel 2015 a 27 anni mi sono rivolto al Saifip di Roma, il Servizio per l’Adeguamento tra identità fisica e identità psichica, Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini. Da quel momento ho cominciato a raccontare la mia vita sui social, il mio sentire, il mio malessere e le mie difficoltà. Per 5 mesi ho seguito un percorso psicologico e poi, per motivi lavorativi, mi sono trasferito a Firenze ed è lì che ho incontrato la dottoressa Giulia Lo Russo che per me è stata un punto di riferimento anche dal punto di vista umano”.

Qual era il tuo rapporto con questa parte del corpo che a un certo punto hai deciso di “eliminare”? Cosa rappresentava per te il seno?

“Per me era la parte che più mi metteva a disagio. Già quando avevo 11-12 anni e il seno cominciava a crescere, io mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo. Portavo sempre indumenti molto larghi. Giocavo in serie A femminile e fare la doccia era un momento di forte disagio perché mi vergognavo di spogliarmi. Oggi c’è più informazione e c’è la possibilità di utilizzare il binder, un indumento che viene indossato sotto ai vestiti per comprimere il torace e appiattire il seno, in modo tale da ottenere un petto maschile, o il tape, un nastro elastico, simile a un nastro adesivo, che viene applicato sopra al seno per appiattirlo, tirandolo di lato”.

Chirurgia e transgender

Cosa ha significato per te l’intervento?

“Ci tengo a sottolineare che non esiste un percorso unico fatto di step precisi per tutti gli uomini trans. Alcuni possono desiderare solo l’intervento di mastectomia, altri anche l’intervento di falloplastica, e altri ancora nessuno dei due. Io a 30 anni mi sono sottoposto contemporaneamente all’intervento di mastectomia bilaterale e a quello di istero-annessiectomia bilaterale, cioè rimozione di utero, tube e ovaie, in via laparoscopica, ma se non avessi avuto questa possibilità, sicuramente il primo intervento che avrei fatto sarebbe stato quello di mastectomia bilaterale con creazione di torace maschile, proprio per il forte disagio verso questa parte del corpo, simbolo ‘visibile’ del genere in cui non mi sono mai riconosciuto. E che, in qualche modo, ha avuto anche ripercussioni a livello fisico. Proprio perché camminavo curvo per voler nascondere il seno, oggi, infatti, ho anche problemi di scoliosi”.

Prima dell’intervento eri preoccupato?

“Non posso negare che ero agitato, ma quando sono entrato in sala operatoria ho ‘salutato il corpo’ che mi ha accompagnato per 30 anni e dentro di me gioivo all’idea di poter iniziare la vita che avevo sempre fortemente desiderato. Prima dell’intervento avevo paura, poi ho trasformato questa paura in coraggio e credo che solo attraverso il coraggio si possa trovare la forza e la voglia di essere completamente felici”.

Qual è stato il cambiamento più grande dopo l'operazione?

“Quando sono uscito dalla sala operatoria, mi sentivo rinato. Non sentivo neanche dolore perché l’emozione era troppo forte. Mia madre era molto preoccupata, ma io l’ho guardata e le ho detto ‘mamma sono felice, non ho più le tette!’. Sicuramente la cosa più bella è stata poter andare al mare senza dovermi coprire il seno. Quando per la prima volta dopo tre anni ho sentito l’impatto dell’acqua sul torace ho avuto la sensazione di rinascere. Fino a quel momento lì, avevo messo la fascia contenitiva, ma prima di iniziare la terapia ormonale, sia per lo sguardo degli altri sia per il fatto che avevo un seno molto abbondante, dovevo mettere il bikini e soffrivo tantissimo, mi imbarazzavo e vergognavo”.

Per le cicatrici non hai mai provato imbarazzo?

“All’inizio sì, avevo timore di andare al mare, ma più per lo sguardo della gente che per un disagio verso i segni visibili dell’operazione. Oggi, però, dopo quasi quattro anni dal giorno dell’operazione, posso dire che queste cicatrici rappresentano una battaglia vinta in primis con me stesso e poi con la società”.

Transgender e chirurgia

Oggi come convivi con la tua “nuova” immagine corporea? Cosa pensi quanto ti guardi allo specchio?

“L’intervento ha contribuito in modo determinante alla mia serenità. L’identità di genere non è una scelta, ma un sentire, e l’intervento, per me, per far sì che il mio corpo fosse esteticamente in armonia con ciò che sentivo interiormente è stato una vera e propria liberazione. Ovviamente non potrò mai cancellare chi sono stato prima di questo ‘cambiamento esteriore’ e ho scritto una canzone autobiografica dal titolo Riflessi di noi  in cui mi rivolgo al ‘me stesso del passato’ proprio perché quando mi guardo allo specchio non posso che ringraziare quello che ero per avermi dato la forza di rinascere ed essere quello che sono oggi”.

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