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Mammografia
Foto da archivio

La mammografia cambia quando si hanno le protesi? Risponde Scaperrotta, Istituto Nazionale Tumori Milano

di Tina Simoniello
Gianfranco Scaperrotta

La prevenzione è importantissima. Lo screening per la diagnosi precoce del tumore mammario prevede l’esecuzione di mammografie a partire dai 49 anni di età, per tutte le donne. Mai saltare i controlli. 
Cambia qualcosa quando si hanno le protesi al seno?  Basta una mammografia all’anno?
Gli impianti modificano i risultati degli esami o possono rompersi mentre ci si sottopone a queste  indagini strumentali? 
Ci sono centri o macchinari più indicati per le donne che hanno subito la ricostruzione del seno o la mastoplastica additiva? 
Quanti dubbi, ecco le riposte.

 

“Le donne con protesi mammarie non hanno un percorso di screening del tumore del seno più complesso delle altre. Ma piuttosto più articolato, potremmo dire più personalizzato. E questo non perché gli impianti abbiano a che vedere con il rischio di ammalarsi, ma perché la presenza delle protesi può ridurre la sensibilità della mammografia, cioè la capacità del test di rilevare eventuali noduli. Una riduzione che viene in ogni caso compensata con l’ecografia e affidandosi a professionisti competenti”.

Sono le parole di Gianfranco Scaperrotta, radiologo e senologo dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano, a cui abbiamo chiesto di fare chiarezza su un tema davvero fondamentale: per le donne con protesi, per quelle che stanno pensando a un impianto protesico come per tutte le altre. E le parole dell’esperto sembrano dire niente paura, in effetti: la prevenzione del carcinoma della mammella, una malattia che ogni anno in Italia viene diagnosticata a 55mila donne (fonte, I Numeri del cancro 2020, di AIOM, Associazione italiana di oncologia medica) non viene influenzata dalla presenza degli impianti protesici. 

Lo screening, personalizzandolo un po’, funziona, in presenza come in assenza di protesi.

È così dottor Scaperrotta? 

È esattamente così, e questo è il primo messaggio da dare.  A livello nazionale lo screening mammografico parte dai 49 anni e finisce a 69. In alcune regioni le fasce di screening sono più larghe, vanno dai 45 anni ai 75 e la mammografia è prevista ogni due anni. Le  pazienti portartici di protesi per motivi ricostruttivi (cioè dopo un tumore) escono dai circuiti di prevenzione pensati per la popolazione femminile generale e seguono i percorsi di follow up, cioè controlli ad hoc per loro.

E per la donna che sceglie le protesi per ragioni estetiche?

Generalmente si tratta di donne più giovani, che mettono le protesi tra i 25 e 35 anni e hanno un rischio oncologico molto molto basso. Passando il tempo però, per queste donne come per tutte, il rischio oncologico aumenta, e allora come tutte si affacciano agli screening mammografici regionali. Fino a qualche anno fa le donne con impianto protesico uscivano dai circuiti regionali organizzati per proseguire in  un percorso personalizzato, un auto-percorso di screening potremmo dire, che tendenzialmente consiste nell’eseguire mammografia e ecografia mammaria una volta l’anno. Oggi nella maggior parte delle regioni, anche loro seguono programmi regionali con l’indicazione di completare il percorso di prevenzione anche con l’ecografia.  Per esempio in Emilia Romagna le donne con protesi hanno accesso ad uno screening che include già anche ’indicazione ecografica. Questo non perché la presenza di un impianto protesico aumenti il rischio di sviluppare un tumore, è ampiamente dimostrato dalla letteratura che non è così, ma perché, come dicevamo, in presenza di protesi la capacità di cogliere eventuali lesioni tumorali con la mammografia non raggiunge i criteri di sensibilità accettati per i percorsi di screening.

A proposito di ecografia, per le donne con protesi questo esame è particolarmente utile, sembra di capire. Ci spieghi perché. 

La mammografia è un test di altissima sensibilità, ma se la mammella è densa, compatta, lo è meno. In questi casi l’ecografia viene in aiuto del diagnosta, evitando che qualcosa, magari piccole masse, sfuggano all’esame mammografico. Ecco, questo discorso vale per tutte le donne. Per tutte vale la regola che, in assenza di mammelle dense, non è automaticamente necessario sottoporsi a ecografia. Tuttavia, visto che l’impianto riduce la capacità della mammografia di cogliere la presenza di eventuali masse neoplastiche, in presenza di protesi si tende a utilizzare anche l’ecografia. Da 40 anni in poi il consiglio per chi ha protesi è di sottoporsi a mammografia e anche a ecografia con cadenza annuale.

E prima dei 40 anni?

Prima dei 40 anni la visita dal chirurgico plastico o dal senologo si completa spesso con un’ecografia. Non è uno screening oncologico, è altro: serve a controllare che l’impianto sia a posto, che non sia ruotato, dislocato, fissurato, che non ci siano contratture…

Parliamo di macchine: i macchinari per la mammografia possono danneggiare le protesi, vista la forte pressione che esercitano sul seno, ben nota a tutte noi?

Mentre l’ecografia non può danneggiare le protesi, la mammografia in effetti può farlo: una compressione esercitata in modo brusco, esagerato può effettivamente compromettere l’integrità dell’impianto. Però è anche vero che qualsiasi tecnico radiologo oggi sa bene che in caso di protesi l’approccio va gestito in maniera differente. Insomma più che un problema di macchinari e un problema di uso dei macchinari. Poi certo, ci sono macchine più recenti che hanno programmi predefiniti per donne con protesi: si preme un tasto e il mammografo in automatico applica la pressione gusta. Superfluo dire che è fondamentale che prima di sottoporsi a mammografia  la donna riferisca di essere portatrice di protesi.

Capita che donne che da giovani hanno messo impianti per motivi estetici intorno ai 50 anni comincino a temere che un eventuale tumore non venga intercettato. Cosa può dire a queste donne?

È vero, ci sono effettivamente donne che hanno questa ansia, questa sorta di ripensamento, possiamo dire. Ma non dovrebbero. Un impianto ben gestito, in un ambiente specialistico, non interferisce con la diagnosi precoce del tumore della mammella. Non deve passare il messaggio che la presenza di protesi rappresenti un problema diagnostico, non è così. 

Cosa succede quando una donna portatrice di protesi si ammala di tumore del seno?  

Se le donne con protesi dovessero sviluppare un tumore della mammella qualche problema in più potrebbero averlo, non di tipo diagnostico ma chirurgico. Nei limiti del possibile si cerca di preservare l’impianto nella parte colpita dalla malattia, ma non sempre ci si riesce, nella peggiore delle ipotesi la protesi del seno colpito da tumore si rimuove, per allocarne però in seguito una nuova. E poi c’è il problema della radioterapia, che può provocare fibrosi capsulare o contratture. Bisogna che le donne sappiano che è importante essere seguiti in strutture dove c’è un flusso elevato di utilizzo di protesi e dove operino professionisti competenti. Ce ne sono, e sono tanti.

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